“Tutto l’oro del mondo”: intervista a Guglielmo Aprile
“Tutto l’oro del mondo“, edita da Carabba, è la nuova silloge poetica di Guglielmo Aprile, scrittore e poeta napoletano. E’ autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali “Il dio che vaga col vento” (Puntoacapo Editrice, 2008), “Nessun mattino sarà mai l’ultimo” (Zone, 2008), “L’assedio di Famagosta” (Lietocolle, 2015); “Il talento dell’equilibrista” (Ladolfi, 2018); “Elleboro” (Terra d’ulivi, 2019); “Il giardiniere cieco” (Transeuropa, 2019); “Falò di carnevale” (Fara, opera I classificata al concorso Narrapoetando 2021); “Il sentiero del polline”(Kanaga, opera I classificata al premio “Arcore” 2021); “Thanatophobia” (Progetto Cultura, opera I classificata al premio “Mangiaparole” 2021). Ha collaborato inoltre con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento.
Una raccolta, quella di Guglielmo Aprile, che vuole essere una lode alla bellezza, alla natura e alla vita. Un’opera che, con sapiente uso dei tecnicismi poetici ed uno stile sublime, riesce a “colmarci in ogni istante della meraviglia e della gratitudine di esistere.”
Raccontaci di te! Qual è il tuo percorso formativo e come nasce la passione per la scrittura è per la poesia?
Scrivere è fare l’amore con le parole. Accarezzarle, avvertirle fremere, palpitare tra le proprie mani, docilmente distese sul foglio candido come un lenzuolo. Esiste una voluttà simile a quella erotica nel gioco di accordarle, intrecciarle, vederle fondersi tra loro, e nell’immaginare il linguaggio come un corpo femminile che vibra ad ogni sollecitazione del nostro sentire e desiderare. E l’eros irrompe nell’adolescenza, quando lo sgomento di scoprirsi al mondo senza sapere a far cosa spinge a cercare conforto nelle voci dei ‘classici’ – nel mio caso Leopardi, Baudelaire e i Romantici inglesi – : all’epoca, mi sorprendeva che quanto avessero scritto uomini vissuti tanto tempo prima sembrasse parlare indirettamente di me, ma in un modo in cui mai sarei stato in grado di fare io da solo; e attraverso la lettura mi convincevo che quegli autori avessero maturato una sorta di potere demiurgico sulla materia verbale, che permetteva loro di esprimersi; e l’impulso a prendere per la prima volta la penna mi è nato proprio dall’urgenza di strappare il fuoco agli Dei, di ‘rubare’ ai poeti la chiave dei loro incantesimi, il talismano di cui non potevo fare a meno se volevo sopravvivere ai lupi che mi divoravano il cuore.
La tua ultima raccolta di poesie si intitola tutto l’oro del mondo. Raccontaci la genesi dell’opera. C’è un messaggio in particolare che vuoi trasmettere al lettore?
È un libro che mi portavo dentro da lungo tempo, fino a che mi è, se vogliamo, esploso in petto, imponendomi quasi di farsi scrivere: lo covavo in me da quando, forse già da ragazzo, nell’osservare il mare e la vegetazione e le montagne, mi accorgevo – non senza una certa paura – che ero indotto a rapportarmi con le apparenze naturali come se fossero presenze viventi, capaci di passioni e di parola; ma sono riuscito ad elaborare questa forma di personale, pericoloso animismo, sottraendola al possibile sbocco psicotico a cui stava per trascinarmi, per farne la base di un vitalismo che aspira a riconsacrare il mondo, a riscattarlo dall’angustia della concezione materialistica a cui il moderno lo condanna, e a identificare nella creazione tutta, nella sua inesauribile varietà e nella abbondanza dei suoi colori, una manifestazione dello splendore divino, la rivelazione di un “oro” connotato da un simbolismo in cui riecheggiano le pratiche alchemiche rinascimentali: oro di cui cogliamo il riverbero tanto nei ciottoli visibili in trasparenza sul fondale marino quanto nei disegni del firmamento, e che converte in dono e benedizione ogni nostro respiro, ogni sussulto dei nostri sensi, colmandoci ogni istante della meraviglia e della gratitudine di esistere.
La tua raccolta è suddivisa in diversi capitoli. Sono collegati tra loro? C’è un filo conduttore tematico o stilistico che unisce i componimenti poetici?
Sul piano tematico ci sono lievi variazioni che giustificano la suddivisione dei testi in più sezioni, ognuna delle quali asseconda la ricerca inesausta dell’oro nei diversi ambiti naturali: l’alba, il mare, l’estate, il paesaggio andaluso, il biondo rigoglio dei campi e delle colline.
Ma è soprattutto in fatto di stile che la raccolta evidenzia una propria organica omogeneità: dall’inizio alla fine si tiene fedele a una gamma di toni alti, in coerenza con l’esigenza celebrativa che la anima, quella di esaltare la magnificenza del visibile, il suo trionfale dispiegarsi sotto l’abbraccio del sole; e il sole, fonte mitica dell’oro in tanti politeismi, è l’emblema centrale di quest’opera, il fulcro della sua folle ambizione di restaurare il culto degli antichi Aton-Ra, Helios, Mitra, e lo specchio di una analogia universale: grazie all’onnipresenza dei suoi raggi, il sole penetra e permea i diversi piani della creazione, e perciò assorbe tutti gli esseri in una sola, fondamentale e più ampia unità; ed è la venerazione del sole quel “filo” che percorre le pagine del libro, il suo costante alludere a una rete di relazioni nascoste che allaccia ogni contingenza a una comune radice, e che scioglie il particolare e l’individuale nel respiro delle maree e dei cicli siderali.
Le tue poesie sono caratterizzate, a mio avviso, da un’intensa musicalità. Hai mai pensato ad un progetto che possa unire musica e letteratura?
Non ci ho mai pensato, un po’ perché fatico a trovare spiriti affini, disposti a condividere le ragioni profonde del mio impegno poetico, un po’ perché i versi non hanno bisogno di una musica supplementare, che suonerebbe posticcia e artificiosa, possedendone già una propria: la stessa che ritma il ruotare delle costellazioni e il battere del polso, che il vento modula sull’erba e tra i rami e i che i frangenti riversano su una spiaggia solitaria.
Quali consideri essere i tuoi autori di riferimento?
Nella poesia di oggi non mi riconosco; non che non la apprezzi, ma la leggo con una sensazione di estraneità: è qualcosa di cui non nego il valore, ma anche di diverso dal tipo di scrittura che pratico io, la quale forse manca perfino dei requisiti per inquadrarsi nei generi correnti, nelle categorie letterarie che oggi vanno per la maggiore. I miei riferimenti non sono tra gli autori viventi, nei cui esiti stento a trovare spunti compatibili con i miei, quasi parlassimo lingue differenti, ma in testi di storia delle religioni e della mitologia, di astrofisica e di cosmologia, e negli studi su un certo filone del pensiero greco, dai maestri Presocratici al Neoplatonismo più esoterico.
Hai lavorato a studi su importanti autori della letteratura come D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino. Ti senti vicino a questi autori? Per quali aspetti?
Tutti autori che ho studiato perché ambivo a raccoglierne un lascito, a proseguirne il cammino, pur nella distanza storica e di linguaggio che mi separa da loro: Marino, e così D’Annunzio, che ne è stato per molti aspetti il continuatore novecentesco, per l’opulenza, lo sfarzo, l’esuberanza di un gesto verbale totalizzante, che avvolge gli oggetti e li fa sparire nel vortice del sensualismo e del flusso melodico; Boccaccio, per le malinconie paganeggianti da cui fu tentato in un suo poemetto bucolico, il “Ninfale fiesolano”; Luzi, per l’aura mistica sprigionata dalla sua devozione alla parola; e vi aggiungerei anche Caproni, la cui opera pure in tempi più recenti ho approfondito, ma che per sbadataggine ho trascurato di inserire nel mio profilo biobibliografico.
Il tuo lavoro ti ha portato a vivere in diverse città, da Napoli a Verona a Ischia. Come hanno influito le diverse esperienze nella tua opera di scrittura?
La mia scrittura è mutata nel tempo, ma a seguito di una evoluzione interiore, su cui i cambi di domicilio non hanno influito più di tanto. Viviamo su due piani: uno esteriore, falso, in cui ottemperiamo a una serie di obblighi vuoti, di operazioni del tutto insignificanti, come pagare rate, mettere in carica il telefono o andare a votare; e un’altra, che si svolge dentro noi stessi e che la telecamera di nessuno smartphone potrà riprendere; furono gli Gnostici a dire che la nostra essenza non appartiene al mondo, per il quale ci aggiriamo come degli esiliati…
Un consiglio a chi vuole intraprendere questo tipo di carriera?
Se vuole scrivere come attualmente fanno un po’ tutti, è molto semplice: basta procurarsi, anche in rete, i testi degli autori più rinomati, e impadronirsi della tecnica. Se invece sceglie la via più impervia, quella di farsi bardo e interprete di una potenza che travalica volontà e destini individuali, allora deve spogliarsi delle costrizioni sociali e mettersi in cammino sulle orme del vento.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Essere sempre più consapevole che al fondo del mio essere c’è un sole che è in attesa di levarsi, e vivere di conseguenza.
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Giulia Scialò
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