Marco Plebani
Interviste/Recensioni

“Un verso senza pause e scuse”: intervista a Marco Plebani

Il libro che vi sottopongo è “Decimo Dan” di Marco Plebani, edito LaGru. E’ una silloge che raccoglie le liriche composte in un arco temporale di oltre 2 decenni (1999-2021). Il titolo scelto fa riferimento al massimo grado delle arti marziali: un’ovvia metafora che vuole esprimere l’idea di poesia dell’autore, espressione al massimo grado della consapevolezza che si raggiunge con l’ispirazione e la scrittura.

L’idea di fondo è stata disporre, nel tempo, i componimenti in una sorta di concept, un po’ come gli LP  musicali che dipanano un tema  in sezioni e lo risolvono con l’ultimo brano. Le metriche utilizzate sono varie: dal sonetto, al verso libero, al madrigale, fino alla còbbola provenzale; il tutto all’insegna di un prepotente andamento allitterante che non disdegna, però, anche l’uso delle figure semantiche più ad effetto, arrivando persino al calembour. I versi sono per lo più endecasillabi e/o versi sillabicamente dispari.

Quello di Plebani è uno stile decisamente anticonvenzionale, tagliente e profondo.

Potete seguire Marco Plebani su Instagram e Facebook.

Ecco qui la mia intervista a Marco Plebani!

Raccontaci di te! Qual è il tuo percorso formativo e come nasce la passione per la scrittura è per la poesia?

Scuola elementare e media al mio paese d’origine Montefano (MC). Maturità scientifica al liceo “G. Galilei” di Macerata nel 1997. Ho “dirottato” in seguito verso una laurea in lettere moderne e insegno oggi alla scuola media “E. Fermi”, sempre nella stessa città. Già questa deviazione dagli studi scientifici verso quelli umanistici può essere intesa come quella scelta verso ciò che mi avrebbe portato alla scrittura, ma tengo a precisare che ho impugnato una penna per comporre versi, più o meno consapevolmente, solo dopo i vent’anni; prima ho assorbito nastri e cd di musica, strimpellato in malo modo chitarre, visto e rivisto film in VHS, inoltre ho canticchiato in un gruppo rock formato da amici. La poesia giunge alla fine di tutto questo rappresentando il “cocktail conclusivo” di tutti i summenzionati ingredienti.

A cosa fa riferimento il titolo della tua silloge poetica “Decimo Dan”?

E’ un riferimento all’esperienza iperbolicamente amplificata che può far raggiungere la poesia nei riguardi del proprio vissuto.  Mi piace pensare al poeta come ad un esperto di arti marziali che dopo decenni consegue il massimo dalla propria disciplina, un massimo che non può essere mai dato per assodato, ma soltanto fantasticato.

Nelle tue poesie è frequente il riferimento alla mitologia, quasi fosse un fil rouge che collega i vari componimenti. Qual è il significato di questa scelta?

La mitologia greca è il serbatoio dei racconti mediterranei a cui mi sembra impossibile scappare, perciò non ho voluto sottrarmi a questa suggestione, anche se oggi può sembrare oltremodo anacronistico questo approccio. Tento di compiere, nei confronti di essa, una sorta di attualizzazione, di paragone che faccia da richiamo alla cultura basilare d’appartenenza di un lettore medio. E’ un trigger a cui difficilmente si sfugge, con buona pace dei contemporaneisti. Il problema si pone se il poeta sia in grado, o meno,  di renderlo efficace questo richiamo-paragone.

Per quanto riguarda invece il tuo percorso letterario e il tuo bagaglio culturale: ci sono maestri del passato ai quali ti senti legato o poeti che che ti hanno ispirato in modo particolare?

Indubbiamente i lirici greci. E poi Foscolo, Leopardi, Borges e Ungaretti.

Quel è secondo te la forza della poesia oggi? Perché si dovrebbe leggere più poesia?

La forza della poesia è come quella di uno specchio che ti si para davanti e che non puoi evitare ed è imperitura, nonostante rappresenti solo una minima percentuale del mercato editoriale, ma a tal proposito aggiungo che le piccole e medie case editrici stanno facendo un lavoro eccellente di qualità e visibilità. Grazie ai social, poi, mi capita quotidianamente di leggere liriche che spesso ricordano quanto potrei migliorare nella scrittura.

La poesia, secondo me, per concludere, non è un dovere da compiere per diventare lettori più completi, ma rappresenta il piacere di “cadere dentro un sortilegio” in virtù della propria capacità d’esprimere moltissimo con pochissime parole. 

Un consiglio a chi vuole intraprendere questo tipo di carriera?

Non ho consigli da dare perché scrivere non è la mia carriera, ma soltanto un hobby.

Progetti futuri ?

Leggere chi scrive bene e sentirmi prigioniero ogni volta dello stesso sortilegio.

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Giulia Scialò

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