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Interviste/Recensioni

“Dai graffi del cuore nascono parole”: intervista a Francesca Stefania Rizzo

Dai graffi del cuore nascono parole” è il primo libro di Francesca Stefania Rizzo, in arte Frasté. E’ una raccolta di poesie e si caratterizza per avere al suo interno bellissime illustrazioni da ella stessa realizzate. Un lavoro in cui si percepisce l’importanza fondamentale di una stretta collaborazione tra le arti. Prosa, poesia e arte figurativa diventano un tutt’uno per celebrare i graffi delle nostre vite.

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Ecco qui di seguito la mia intervista per conoscere meglio questa artista e il suo incredibile lavoro!

Raccontaci di te! Da dove viene la passione per la scrittura?

Sono sempre stata molto curiosa, intraprendente e iperattiva e ho cercato e provato in ogni modo a conquistare sempre e comunque la mia indipendenza. La libertà credo sia il dono più bello in assoluto, quella di sapersi esprimere e di riuscire a trasmettere qualcosa. Un regalo speciale per pochi, che deve essere assolutamente sfruttato. Come la lettura, la passione per il disegno e l’arte in generale, anche la scelta di studiare lingue assolutamente è legata alla mia predisposizione per la conoscenza e al desiderio di poter toccare e vivere realtà sempre nuove.

Leggere, scrivere e disegnare mi accompagnano fin da piccola, ho sempre avuto una gran fantasia e una gran voglia di esprimermi e di raccontare. Scrivevo storie, pensieri, disegnavo con immagini e parole le mie visioni e i miei sogni. Poi, leggendo molto, la mia proprietà di linguaggio si è sicuramente trasformata nel tempo e ho iniziato ad scrivere qualcosa durante l’adolescenza fino ad arrivare ad oggi. Posso assolutamente affermare che per me scrivere è stata sempre e comunque un’esigenza. Mai un progetto con un fine differente da quello di imparare a conoscermi e a ritrovarmi quando mi perdevo.

L’uscita di questo mio primo libro rappresenta la mia prima volta in cui ho trovato il coraggio e sentito il bisogno di aprire il mio mondo. Di condividerlo con chi avrà voglia di fare con me questo viaggio. Perché scrivere, come leggere, ti mette le ali e ti permette di viaggiare oltre i confini della realtà visibile e tangibile.

Nel libro ti definisci visionaria, empatica e trasparente, e questo si percepisce attraverso le tue poesie. I graffi del cuore dipendono secondo te da tali tue caratteristiche? Ci sono personalità più o meno soggette ad accumulare graffi o nessuno ne è esentato?

Mi definisco visionaria, empatica e trasparente, questi tre semplici aggettivi credo mi raccontino a tutto tondo. Visionaria perché da sempre sognatrice e dotata di grande immaginazione. ‘Viaggiare’ in tutte le sue accezioni è il mio verbo preferito, credo gli orizzonti vadano sempre esplorati e, quando è possibile, oltrepassati. Empatica perché ho un fortissimo sentire verso tutto e tutti: una gran fortuna in molti casi, una bella fregatura in tanti altri. E che dire della mia trasparenza? Mi hanno sempre definita senza filtri asserendo che potrei infilarmi completamente nella ‘Bocca della verità’ senza che questa faccia una sola piega.

Sono la regina dei graffi. Queste caratteristiche sopra elencate, che hanno sicuramente un loro risvolto affascinante e positivo, sono principalmente segno di assoluta esposizione alla vita e conseguentemente predisposizione ad essere graffiata in continuazione. Ma se la vita non ti graffia come puoi dire di averla vissuta? Ogni graffio è un segno che racconta la mia storia. Chi di graffi ne ha pochi perché ha scelto di nascondersi e risparmiarsi, che storia può avere da raccontare?

Personalmente credo i graffi di ognuno di noi siano un po’ come il DNA del nostro cuore e ci rendono unici e riconoscibili. Quanti ne abbiamo e la loro intensità dipende molto dal vissuto che ci siamo concessi. Dipende dall’importanza che diamo ai rapporti e ai sentimenti, da quanto abbiamo rischiato buttandoci nella vita, da quanto sappiamo amare noi stessi e il mondo. La sola cosa certa è che tutti abbiamo dei graffi. Indipendentemente dalla causa che li ha provocati, fino a quando non troveremo il coraggio di guardarli e di liberare quello che racchiudono, queste sensazioni potranno solo intossicarci impedendoci di proseguire il nostro cammino. Limiteranno la nostra libertà.

Sei architetta: quanto la tua professione ha influito sulla stesura del libro?

Come racconto nella prefazione, da progettista vera nella vita, mi sento in dovere di definire questo progetto un non- progetto, in quanto privo di quell’iter che di consuetudine è opportuno adottare e seguire per realizzarne uno. Questo lavoro, infatti, è nato al contrario: si è concretizzato in modo inconsapevole ed indipendente per poi assumere la forma di un progetto solo quando è apparso nella sua totalità.

Ovviamente la deformazione professionale, la mia predisposizione a gestire le situazioni a tutto tondo, la ricerca dell’armonia e del senso del bello, l’abitudine alla cura del particolare e al voler imprimere riconoscibilità e coerenza in quello che faccio, hanno assolutamente influito sul risultato finale. Nulla è lasciato al caso, tutto è assolutamente legato e collegato, dalla copertina, ai disegni, all’impaginazione. Quando il mio libro ha preso forma nella mia mente, avevo ben chiaro come sarebbe dovuto essere anche nella realtà. Chi mi conosce non ha potuto fare a meno di dirmi: “Ha proprio la forma di un progetto studiato nei minimi particolari, si vede la tua impronta professionale!”

Questo mi fa assolutamente piacere, perché la nostra riconoscibilità personale è fondamentale che si proietti in qualsiasi cosa facciamo. Personalmente considero positivo questo aspetto e questa influenza che ha avuto la mia professione anche in questa esperienza così diversa della mia vita. E’ proprio quello che mi ha consentito di organizzare il mio libro in ogni suo aspetto, legando disegni e parole con un filo conduttore che accompagna i lettori dalla copertina fino alle conclusioni finali.

Il mio libro sono io. Sempre e comunque, in ogni parte, in ogni riga, in ogni segno. Su questo non ci sono dubbi! Chi per ora ha avuto modo di sfogliare il libro, ha molto apprezzato lo stile particolare e bizzarro dei disegni. Sono stati realizzati con Autocad, il programma che utilizzo per la mia professione e per disegnare le piantine delle vostre case; sono stati definiti molto di impatto, dalla grafica apparentemente semplice ma comunicativi e ‘graffianti’… anche questo lo devo al mio essere architetta!

Il tuo lavoro è un bellissimo esempio di sinestesia tra diversi linguaggi artistici: poesia, disegno, prosa. Come è stato lavorare su te stessa attraverso diversi campi artistici? La scrittura e il disegno ti hanno aiutato in modo diverso lasciandoti emozioni differenti o hai avuto lo stesso benefico riscontro da entrambe le arti?

Se parliamo della mia professione la risposte è facile: sicuramente preferisco disegnare e progettare piuttosto che scrivere relazioni e predisporre documentazione. Se invece parliamo della mia vita privata e del mio lato “artistico“, sinceramente non saprei rispondere. In primis perché non so scegliere. Ma fondamentalmente perché solitamente non mi viene concesso di scegliere se e quando creare ed esprimermi in un modo piuttosto che nell’altro. E’ più una questione di ispirazione credo, è il famoso estro che decide per te e tu, come posseduto da una presenza impalpabile, ti metti al suo servizio.

Io sono il mio libro, e lo dico sorridendo perché mi fa tenerezza. C’è un pezzetto di me in ogni parola e in ogni tratto grafico, è assolutamente la pura astrazione della mia essenza più profonda. Col mio progetto ho voluto condividere quello che sono e il mio sentire, ma soprattutto quello che ha dato a me scriverlo e disegnarlo e poi leggerlo e guardarlo: consapevolezza! Rileggendo quello che è scaturito dai miei graffi mi sono sentita più leggera e più libera. Ho avuto l’impressione di aver imparato a guardare me stessa con rinnovato affetto e con nuovi occhi, ho ritrovato in me stessa quello che per anni ho provato a cercare invano in quello che mi circondava.

Questa sensazione mi ha regalato una tale serenità che ho sentito il desiderio fortissimo di provare a condividere il mio lavoro nella speranza che anche chi mi avesse letta avrebbe potuto provare lo stesso. Un semplice gesto per abbracciare chi, come me, si è perso e ha voglia di ritrovarsi e di imparare a vedersi con nuovi occhi.

Personalmente lo considero il solo modo che mi consente di conoscermi davvero, la mia terapia personale, perché solo quando rileggo o riguardo quello che mi arriva da dentro, riesco a vedere chi sono, come sono e a che punto sono in quel momento. E’ un po’ come raccontarsi a qualcuno. Nel momento in cui le parole o i disegni escono e danno forma ad un pensiero, lo ascolti anche tu per la prima volta e riesci a vedere finalmente quello che, se fosse rimasto dentro di te, non avresti mai potuto scoprire. Per concludere quindi non è la forma d’arte o di espressione che conta (io mi ritengo fortunata per averne a disposizione più di una), ma come viene sfruttata per regalarci qualsiasi tipo di beneficio.

La lettera a te stessa l’ho trovata davvero preziosa. Emozionante. Cosa vorresti dire a chi ancora si sente incatenato dalla paura e non riesce a scrivere a se stesso come hai fatto tu?

E’ la prima lettera che mi sono scritta in vita mia, la considero l’unica vera dichiarazione d’amore mai ricevuta… e arrivava da me, non immaginate quanto mi emozioni ancora oggi! Avevo bisogno di perdonarmi, di consolarmi, di abbracciarmi e di accettarmi. Avevo bisogno di volermi bene senza giudicarmi per i miei errori e i miei fallimenti: di guardare i miei graffi per liberarmi dei loro condizionamenti una volta per tutte.

Questi graffi, tutti i graffi che collezioniamo nel corso delle nostre vite, le condizionano inevitabilmente… spesso basta guardarli per essere suggestionati dal ricordo di ciò che li ha causati che, di conseguenza, ci porta ad alzare muri e barriere. Questo potrebbe sembrare un bene, se lo vogliamo leggere come un sistema di difesa ma, e sottolineo ma, davvero vogliamo vivere le nostre vite evitando quello che ci fa paura e che ci ha feriti? Davvero vogliamo convincerci che situazioni e persone che ci riportano a ricordi passati saranno altrettanto negativi senza nemmeno dargli una possibilità? Certo, magari anche peggio!

Ma io non amo il condizionale, proprio per niente! Non amo vivere di rimpianti e subordinata ad ipotesi e supposizioni, soprattutto non voglio vivere fuggendo e nascondendomi; la vita va cavalcata e sperimentata con tutti i rischi che comporta se vuoi avere un bagaglio che straripi di esperienze e di ricordi. Mi pare lampante, pertanto, che dal mio punto di vista i graffi aiutino a crescere e ci insegnino a vivere e a strutturarci, ovviamente se, oltre a riuscire a collezionarli, impariamo anche a guardarli, ad affrontarli e lasciamo che si aprano per liberarci dalle sofferenze e dalle suggestioni che racchiudono.

Spero le mie parole e i miei disegni vi sapranno toccare! Se qualcuno deciderà di leggermi, vorrei sapesse che ho deciso di espormi in prima linea per dare l’esempio, sperando che, anche chi avrà voglia di fare con me questo viaggio interiore, troverà il desiderio e il coraggio di provare a liberare i propri graffi. Io vi auguro di cuore, come è successo a me, di ritrovarvi, riprendervi per mano e capire che… quello che spesso continuiamo a cercare altrove o in chi incontriamo, quello di cui davvero abbiamo bisogno, è solo e solamente dentro di noi.

Secondo te da dove deve arrivare la forza di guardare dentro noi stessi per poterci rialzare da ogni caduta? Qual è il pensiero che ti ha spinto a cominciare a scrivere e disegnare?

Dai graffi del cuore nascono parole’ è stato la mia personale terapia di rinascita. Ho scoperto che solo aprendo quei graffi più o meno profondi che mi segnavano sarei riuscita a disintossicarmi e avrei ricominciato a vedermi e a trovare in me stessa quello che avevo sempre cercato altrove. L’idea di trasformare in un progetto queste poesie scritte negli anni è nata in pieno lockdown. La voglia di condividerlo è emersa proprio dall’esigenza di riuscire in qualche modo ad abbracciare, anche se solo virtualmente, quel mondo che non mi era più consentito nemmeno di sfiorare.

In quel periodo particolare, avendolo vissuto in assoluta solitudine, le emozioni mi hanno letteralmente travolta e si sono riaperti un sacco di graffi sia vecchi che nuovi. L’esigenza di liberarli è diventata incontenibile. Ho scritto metà delle poesie in quei due mesi, poi di conseguenza mi è venuta voglia di riguardare e sistemare quelle più vecchie conservate in un cassetto. Parlando con una mia amica che da subito mi ha appoggiata in questo progetto, sono stata esortata a ritrovare tempo anche per il disegno che avevo abbandonato da tempo.

Sempre d’istinto è nata l’idea di provare a raccontare quelle emozioni anche con delle immagini che sapessero enfatizzare le parole. Avuta di getto la visione per il primo disegno, come per magia, si sono concretizzati anche tutti gli altri. La scintilla credo di poter dire si sia accesa dentro di me quando ho capito di dovermi prendere per mano perché ero sola, lontana dal resto del mondo. Liberare le mie emozioni ha consentito loro di abbracciarmi e di farmi compagnia.

Nessuno di noi ha mai nemmeno lontanamente immaginato una situazione simile a quella che il nostro mondo sta vivendo. Credo si possa definire scioccante, impattante, traumatizzante, impressionante. Come del resto quegli accadimenti della vita che, mettendoti spalle al muro, senza preavviso alcuno e senza darti la possibilità di prepararti, ti costringono ad attingere a tutte le tue energie per non soccombere.

Spesso queste energie o questo coraggio di affrontare la vita nemmeno li conosciamo fino a quando non ci viene richiesto di tirarli fuori e di utilizzarli per proteggerci e per salvarci! Ecco, a me è successo proprio questo. Spalle al muro, in balia di un futuro rimasto in sospeso, sola e lontana dal mondo e dalle fonti di sostegno a cui ho sempre attinto nei momenti di difficoltà, mi sono trovata a scegliere. Potevo soccombere abbandonandomi alla disperazione o, finalmente, andare a cercare dentro di me nuove risorse, facendomi spazio tra quello che era ormai diventato superfluo e da lasciare andare.

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Giulia Scialò

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