Parola: ph credits by Giulia Scialò
Arti in Simbiosi,  Letteratura,  Musica

Dalla retorica dei Sofisti alla musica di Schumann: l’importanza della parola

Quanta attenzione riponiamo nella scelta delle parole?

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Mi riferisco ai termini che utilizziamo quotidianamente in qualunque ambito: casa, ufficio, scuola, internet. Vorrei riportare un pensiero a mio parere molto attuale del sofista Gorgia, secondo cui “la parola è un gran signore, che con piccolissimo corpo e del tutto invisibile, divinissime cose sa compiere; riesce infatti e a calmar la paura, e a eliminare il dolore, e a suscitare la gioia, e ad aumentar la pietà”.

Partiamo innanzitutto dall’etimologia, la meravigliosa scienza che studia la storia delle parole, indagandone l’origine e l’evoluzione fonetica, morfologica e semantica. Il termine s. f. [lat. tardo parabŏla (v. parabola1), lat. pop. *paraula; subisce un’evoluzione di significato da «parabola» a «discorso, parola» già nella Vulgata, in quanto le parabole di Gesù sono le parole divine per eccellenza]. Per spiegarne il significato potremmo definire la parola un segmento organico indivisibile di suoni, che abbia significato anche da solo, attraverso il quale l’uomo comunica. Partendo dal presupposto che ritengo interessante conoscere l’etimologia delle parole che si utilizzano quotidianamente, voglio soffermarmi sul concetto di comunicazione.

Quanto siamo attenti alle parole? Quanta importanza diamo a ciò che abbiamo intenzione di comunicare? Scegliamo attentamente e con cura le parole da utilizzare per trasmettere agli altri un concetto?

La retorica come fondamento del quotidiano

Facciamo un passo indietro, nell’antica Grecia del V secolo. Quante volte abbiamo sentito nominare il termine “retorica” e abbiamo storto subito il naso?

E’ successo perché la ricolleghiamo immediatamente ai Sofisti, sapienti che vendevano il loro “sapere” e insegnavano l’arte del saper discutere rettamente e del saper ben parlare. In realtà la retorica è presente nel nostro fare quotidiano, molto più di quanto possiamo immaginare. E perché è così importante? Semplicemente perché la retorica è a fondamento dell’atto stesso di pensare. Sarebbe mai possibile curare nei minimi dettagli un discorso che non sia frutto di un pensiero?

Curare un discorso anche dal punto di vista stilistico presuppone in primo luogo l’espressione di una posizione. I nostri politici non utilizzano la retorica? Certo che sì! Del resto, la retorica è l’arte di persuadere. E noi non caschiamo nelle reti potentissime di coloro che utilizzano discorsi retorici per persuadere le masse? E’ proprio questo il punto.

Ogni qualvolta ci ritroviamo a condannare la retorica, dobbiamo analizzarci e comprendere per quale motivo oggi sia effettivamente molto presente nella nostra realtà. E’ proprio sul senso comune della folla che occorre porci una domanda di fondamentale importanza: è l’opinione del retore che influenza la folla o è l’opinione della folla che influenza il retore? Platone sosterrebbe che solo l’ignorante può cedervi, ma quanto questa affermazione può essere ritenuta veritiera?

L’importanza della parola nella letteratura: la contraddizione di Ulisse

Ricordiamo la vicenda di Ulisse, grande eroe greco, protagonista dell’Odissea, descritto come un uomo astuto, furbo e curioso, che si distingue egregiamente dal resto del suo equipaggio, ma che nonostante ciò si fa ammaliare da ben due donne, Circe e Calipso, incarnazioni della cosiddetta peithó greca (persuasione/seduzione), che attraggono l’eroe servendosi unicamente della propria voce.

Ulisse è un uomo intelligente, eppure casca nella trappola della seduzione e nella insidiosa persuasione della parola!

Platone parlava di ignoranza. Non sembrerebbe essere il caso del grande eroe greco, eppure Ulisse deve farsi legare ad un albero maestro dai suoi compagni per evitare di cadere in mare, ammaliato dalle parole delle sirene.

Possiamo quindi affermare che non sia poi così difficile essere persuasi.

Ho condiviso dei piccoli e personalissimi “spunti di riflessione” che non scavano molto in profondità, me ne rendo conto, ma l’intento di questo breve articolo è quello di insistere sull’importanza dell’analisi… E’ di fondamentale importanza analizzare ogni fenomeno che ci circonda e tutto ciò che desta curiosità nei nostri animi.

E da cosa parte l’analisi, se non dall’attenzione che poniamo verso ogni parola? Parole pronunciate; parole ascoltate. Forse a volte il peso che riserviamo loro non è abbastanza e questo porta inevitabilmente verso il disordine, l’incomunicabilità, la mancanza di comprensione di ciò che ci succede. Allora ci sembra di non capire il mondo- un mondo che sempre più velocemente sta cambiando- e ci sembra che nulla abbia davvero più importanza.

Ma la verità è che le parole rimangono. E sono sempre le stesse: dobbiamo solo ricordarci di ascoltarle e analizzarne il significato.

Parola e musica: rileggere la musica di Schumann attraverso la suggestione delle parole

Robert Schumann è uno dei primi compositore davvero intellettuali dell’epoca moderna. Studente di giurisprudenza da giovane e magnifico letterato, ci ha invero lasciato una notevole quantità di scritti e di saggi.

E’ senza dubbio uno degli esponenti principali del romanticismo ed è un compositore indissolubilmente legato alla letteratura. Le sue composizioni appartengono ad un mondo tipicamente romantico ed esclusivamente schumanniano. Da grande letterato quale era, infatti, Schumann si lasciava spessissimo ispirare dalla novellistica di Hoffman, di Tieck o dagli amatissimi romanzi di Jean Paul. I personaggi letterari di tali capolavori prendono vita tra le note del compositore. Questi mondi si mescolavano intimamente con i suoi sogni e le sue immaginazioni, così da creare a sua volta personaggi e situazioni che ricorrono tanto nei suoi scritti quanto nella sua musica: ne sono un chiaro esempio le due figure immaginarie Eusebio e Florestano, che delineano i due aspetti contrastanti del carattere di Robert Schumann stesso.

E’ dunque evidente l’importanza che per Schumann aveva la letteratura e di conseguenza l’uso della parola, tanto che potrebbe essere addirittura possibile rileggere la sua musica attraverso la suggestione di alcune parole chiave che incorniciano in qualche modo tutto il suo magistrale lavoro.

Enigma”

Moltissime sue composizioni si fanno portatrici di un messaggio, avvalendosi di un vero e proprio criptogramma musicale, un enigma: una parola nascosta cioè tra le note.

Ne è un esempio il Carnaval, in cui le lettere ASCH corrispondono al luogo in cui Schumann si era recato assieme a Ernestine, uno degli amori più concreti di Robert, oltre ovviamente a quello per Clara (difatti anche per Clara, oggetto del più profondo e speciale dei suoi sentimenti, Robert scriverà un tema che riporta le lettere del suo nome e che è presente in moltissimi capolavori).

Il passaggio dalle lettere costituenti la parola alle note musicali è dato dall’equivalenza con la notazione tedesca che prevede l’uso di lettere per identificare le note. Dunque A sta per La, S per Sol, C per Do e infine H sta per Si naturale.

Nel motto del Carnival schumaniano inoltre il gioco si complica ulteriormente poiché le lettere si ritrovano anche nell’ordine SCHA, ovvero nell’ordine di successione che si trova nel nome Schumann. Un meccanismo che nasconde dunque il messaggio del compositore: il suo nome e quello della residenza di Ernestine sono indissolubilmente legati.

“Infanzia”

Un’altra parola che sicuramente rappresenta la musica di Schumann è “infanzia“. La correlazione tra musica e letteratura che caratterizza tutta la sua produzione ha in alcuni casi anche una valenza pedagogica, in quanto il rapporto tra le due arti crea, introducendo un paradigma del tutto nuovo, un metalinguaggio capace di recuperare le fasi più recondite dell’infanzia e di intercettarne le problematiche psicologiche.

Schumann infatti ripercorre l’infanzia assumendo le veci di un narratore musicale, spaziando dalla descrizione psicologica fino alla narrazione, attraverso la trasposizione in musica della grande letteratura per l’infanzia.

La derivazione letteraria porta dunque a compimento la dimensione artistica, psicologica e pedagogica della musica riferita all’infanzia: le composizioni che più si inseriscono in tale ordine di concezione sono le due composizioni pianistiche del 1838, Kinderszenen op.15 e Kreisleriana op.16.

Entrambe testimoniano la capacità della musica di cogliere la cifra psicologica dell’età infantile e la possibilità di ampliare, attraverso il suono, lo spettro emotivo che la letteratura è in grado di offrire.

“Farfalle”

Questa parola potrebbe trarci in inganno e farci credere che nei Papillons op.2, composti tra il 1829 e il 1831, Schumann voglia descriverci la fragilità o la leggerezza delle farfalle. In realtà l’ispirazione è ancora una volta derivante dalla letteratura, in particolar modo dal libro Flegeljahre (Anni scapigliati) di Jean Paul, autore che Schumann ammirava e amava moltissimo. L’ammirazione che il compositore provava fin da adolescente lo portava ad abbandonarsi completamente a quell’universo di incantesimi e fantasie che quei romanzi sapevano evocare. Dunque la parola Papillons va qui intesa in questo senso: il mondo fantastico, ricco di mistero e immagini emblematiche con il quale Robert sentiva una straordinaria affinità, una somiglianza incredibile con il suo personale mondo interiore.

E’ proprio da questo romanzo, probabilmente, che ebbe inizio la teoria del “doppio” (con la creazione dei sopra citati Eusebio e Florestano) cara a Schumann. Si può dunque immaginare l’importanza che questo capolavoro ebbe per il compositore.

Inoltre, l’immagine simbolica della maschera, che ricorre in una importante scena del romanzo e che in quest’ultimo rappresenta il mezzo tramite il quale si giunge a conoscere la verità, fece scaturire dalla mente del geniale compositore i 12 brevi brani che compongono i Papillons, che possono per questo essere considerati quasi una musica a programma nel senso più profondo del termine.

La maschera è per Schumann simbolo della fusione tra finzione e realtà. E’ il momento in cui le molteplicità dell’animo umano si fondono. Si può deliberatamente incarnare l’uno o l’altro io. Così, l’unica voce che resta per fare chiarezza ed esprimere l’inesprimibile, districare il groviglio del doppio e giungere alla verità, è la musica.

Chiara Cutilli

Giulia Scialò

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