Samuel Beckett- photocredit: lasepolturadellaletteratura.it
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L’ironia in Musica e in Letteratura: capitolo II. Samuel Beckett

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L’ironia di Samuel Beckett: il Teatro dell’Assurdo

Se Shostakovich utilizza l’ironia in musica per riportare la testimonianza dell’oppressione staliniana e la conseguente mancanza di libertà d’espressione, così, negli stessi anni, Samuel Beckett faceva uso di una drammatica ironia per criticare amaramente l’incomunicabilità, nonché la mancanza di capacità di ascolto tra gli uomini.

Samuel Beckett fu uno degli esponenti del gruppo di drammaturghi che svilupparono il cosiddetto “Teatro dell’Assurdo” durante il 1950. Sulle scene del teatro dell’assurdo è l’angoscia ad essere rappresentata. L’angoscia e l’assurdità di un’esistenza in una società priva di ideali, alienata e chiusa alla comunicazione. La comunicazione è ciò che ci distingue. La comunicazione è progresso. Cosa succede allora se l’incomunicabilità sostituisce il buon senso sociale e, subdola, si infiltra nel costrutto del sistema? E’ la morte dell’ideale, dei valori, dell’uomo.

Samuel Beckett- photo credits: artspecialday.com
Samuel Beckett- photo credits: artspecialday.com

Perchè “Teatro dell’Assurdo?”

Le commedie di Beckett risultano essere assurde poiché le rappresentazioni non si focalizzano su eventi realistici o azioni logiche, bensì su un mondo incomprensibile nel quale i personaggi sono irreparabilmente intrappolati. Le parole perdono importanza, non hanno più significato, i dialoghi sono ripetitivi. Tutto ciò che viene pronunciato sembra essere privo di senso, in una sensazione di disorientamento che sconvolge i sensi.        

I nomi dei personaggi sono alquanto improbabili, i loro gesti ripetitivi in una sequenza di azioni senza un filo logico. Sono come bloccati in una situazione di immobilità, come se fossero marionette e non potessero uscire dalla loro condizione di finzione. Con una sottile ironia, Beckett intende così evidenziare la tragicità della condizione umana, trasformando il teatro in anti-teatro, o teatro dell’assurdo. Anti-teatro perché le meccaniche azioni sono pervase da un senso di attesa e di eterna aspettativa, di immobilità imperitura e di agonia. L’agonia che diventa inevitabilmente il tema principale: agonia della solitudine e dell’incomunicabilità

Dunque è attraverso il grottesco che Samuel Beckett è riuscito a descrivere la società del suo tempo e a denunciarne la povertà di valori e di giustizia. E’ un humour difficile, crudo, sottile. Attualissimo. 

Samuel Beckett, Finale di Partita- photo credits: teatro.it
Samuel Beckett, Finale di Partita- photo credits: teatro.it

Finale di Partita

Finale di Partita è uno dei più importanti lavori teatrali di Beckett, assieme ad Aspettando Godot. E’ un perfetto esempio di un testo che mette in atto tutte le caratteristiche del teatro dell’assurdo sopra elencate e un esempio calzante di come l’ironia grottesca di Beckett si proponga di descrivere e denunciare la struttura sociale

La negatività che traspare da questo lavoro è una peculiarità riccorrente nelle opere di Beckett. Secondo lo scrittore è difatti l’unico modo in cui l’arte può rappresentare il reale. Dichiarare la negatività del presente contiene al contempo una sua positività, poiché rende consapevoli. Attraverso la parodia del dramma tradizionale e della condizione umana Beckett attua nei dialoghi la privazione del loro significante: le descrizioni e la rappresentazione nel complesso appaiono dunque non realistiche proprio perché per l’autore non è il realismo che può cogliere il senso della realtà e dell’esistenza, bensì una consapevolezza più profonda e sapiente data da una parodia che rende visualizzabile la tragica situazione dell’esistenza umana. 

La negatività di Beckett costituisce così un antidoto  contro il materialismo, il conformismo, l’avidità e la superficialità della nostra epoca. In un mondo prettamente consumistico e in una società estremamente performativa, la negazione e l’ironia beckettiana ci costringono a fare una passo indietro, osservare, pensare: qual è il senso del mondo in cui viviamo?

Giulia Scialò

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