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Interviste/Recensioni

“Il violino e la sua nobile famiglia”: intervista a Stefano Graziosi

Il violino e la sua nobile famiglia” nasce dal ritrovamento del manoscritto di Giorgio Graziosi, uno dei musicologi più importanti del ‘900, che ci ha lasciato preziosi saggi, articoli e monografie sui grandi musicisti del passato.

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Il libro è stato con cura rivisto, aggiornato, ampliato dal figlio Stefano Graziosi, che ha saputo riportare alla luce le parole del padre aggiungendo pagine che contengono numerose informazioni utili per un lettore interessato a un discorso culturale ampio e non necessariamente tecnico.

Le digressioni, i collegamenti con la letteratura e i vari aneddoti che si ritrovano nel corso del libro rendono questo capolavoro una lettura davvero piacevole non solo per gli amanti della musica e del violino.

Ecco qui la mia intervista a Stefano Graziosi!

Questo libro nasce da un ritrovamento casuale quanto speciale. Cosa ha provato ritrovandosi in mano il manoscritto di suo padre?

Credo si possa immaginare la mia emozione quando ho ritrovato il manoscritto. Intanto il suo aspetto ‘vintage‘: scritto con la Olivetti 22 degli anni ’60, con ribattiture, correzioni ed aggiunte a penna. Poi ho cominciato a leggerlo ed ho ritrovato lo stile di mio padre che avevo già conosciuto ed apprezzato in altri suoi libri e pubblicazioni varie: colto, puntuale, mai troppo specialistico, con costanti riferimenti ad altre discipline come la storia dell’arte, e con quella vena divulgativa che fu una costante di tutta la sua attività di musicologo. C’era l’emozione di un figlio, quella di un cultore e appassionato della buona musica e da sempre affascinato dal violino, benché non abbia mai imparato a suonarlo.

Lei è un noto giornalista e conduttore ed è altresì amante della musica. Quanto la figura di suo padre- uno dei più importanti musicologi del ‘900- ha influito nel suo percorso?

Quando ero piccolo mio padre ha provato a farmi prendere lezioni di pianoforte e violino, ma confesso che la mia natura un po’ ‘ribelle‘ faceva sì che dopo poco mi stancassi e non riuscissi a stare a lungo seduto ad imparare. Però – come lui stesso mi ripeteva – anche io “…avevo la musica nel sangue”, così dopo la sua prematura scomparsa (avevo 18 anni) ho continuato ad essere attratto dalla musica classica ma anche da altro tipo di musica: il rock. Erano gli anni ’60, la stagione dei figli dei fiori, dei Beatles, dei Pink Floyd, ecc., e dunque il mio amore per quella musica mi ha spinto ad approfondirne anche il suo significato ‘sociale‘. Poi le prime radio private e l’inizio della mia lunga collaborazione con la Rai dove per oltre 30 anni mi sono occupato di musica, ma anche di letteratura, l’altra mia grande passione.

Nella prefazione il musicologo e professore Luca Aversano definisce questo libro “uno scritto che tende a privilegiare l’andamento poetico della narrazione”. Perché? In che modo?

Significa che il libro, pur essendo un piccolo saggio che ripercorre a grandi linee la storia del violino e della sua famiglia (viola, violoncello e contrabbasso), può essere letto quasi come un romanzo (ed ho avuto riscontri in questo senso da parte di molti lettori), tanto che all’inizio avevo anche pensato di pubblicarlo col titolo ‘Il romanzo del violino‘, ma poi ho preferito restare fedele al titolo originale. E poi la storia del violino, coi suoi misteri, le atmosfere ‘apollinee‘ e più spesso ‘dionisiache‘ che riesce ad evocare, l’alone di ‘magia’ che circonda molti dei suoi protagonisti (Paganini, Il trillo del diavolo di Tartini, ecc.) ben si presta a questo tipo di racconto narrativo.

Il suo libro è un vero e proprio atto d’amore verso uno strumento: il violino. Quali sono state le motivazioni che l’hanno portata a voler pubblicare questo lavoro?

Dopo aver fatto leggere il manoscritto ad importanti musicologi (in primis il prof. Aversano, docente di storia della musica e musicologia presso l’Università RomaTre), ho avuto conferma che il libro, benché pensato e scritto più di cinquant’anni prima, potesse avere ancora oggi una sua rilevanza: così ho contattato Moni Ovadia per avere una postfazione su “Il violino e l’ebreo”, e lo ho proposto a Bordeaux edizioni (che ringrazio) che sono stati entusiasti di pubblicarlo e supportarmi in tutte le fasi. Ora a distanza di qualche tempo dalla sua uscita, posso dire che la scommessa è vinta: non a caso del libro si è occupata RadioTre nella trasmissione Qui Comincia, la Radio della Svizzera Italiana, il canale Classica HD della piattaforma Sky, il quotidiano Il Mattino, e il podcast del libro figura tra quelli proposti dal Festival della Comunicazione di Camogli.

E infine ho deciso di pubblicarlo anche per avere la comprensibile soddisfazione personale di un figlio che porta a compimento un progetto pensato ed impostato dal proprio padre.

Il libro, oltre ad essere la revisione del manoscritto di suo padre, contiene anche il valore aggiunto della presenza di aneddoti e digressioni scritte da lei stesso. Quali sono i temi che approfondisce a quale vuole essere il suo contributo?

Una delle fonti di ispirazione del mio lavoro, anche in Rai, è nata da un’intuizione di Umberto Eco: quella che nella cultura contemporanea sia inevitabile la ‘contaminazione’ tra cultura ‘alta’ e cultura ‘pop‘, tra una comunicazione rigorosa nei contenuti ma anche – laddove possibile – leggera nella forma. Così ho pensato di inserire nel testo una serie di aneddoti, leggende, aforismi, anche ‘battute’ riferite al violino, ai violinisti e ai liutai più famosi, per rendere il libro ancora più piacevole e divertente da leggere da parte di ogni tipologia di lettore. Poi il mio interesse per la musica rock mi ha spinto ad inserire qualche considerazione originale, come l’accostamento tra Paganini e Jimi Hendrix. Infine il mio amore per la letteratura mi ha dato lo spunto per il capitolo finale del libro, quello sul rapporto tra violino e letteratura.

E’ stato sorpendente scoprire quanti racconti e romanzi di tutte le letterature abbiano il violino come elemento significativo della narrazione: basti pensare che è il suono del violino suonato dalla sorella a spingere Gregor Samsa, il protagonista de La Metamorfosi di Kafka trasformato in un insetto, ad uscire dalla sua stanza; o alle pagine finali de Le Intermittenze della morte di Saramago.

Ho trovato davvero interessante la postfazione di Moni Ovadia. Lei pensa che la musica rappresenti ancora oggi una possibilità di emancipazione e di libertà? È ancora vista come “uno scrigno per la conquista di un futuro prospero, privilegiato e protetto” o il valore della musica è cambiato?

Come dicevo prima, la mia generazione, quella cresciuta negli anni ’60, con Woodstock, con “peace, love and music” ha creduto molto al valore della musica come veicolo e strumento di comunicazione e diffusione di idee di cambiamento della società. E la musica di quegli anni indubbiamente ha contribuito ad aprire nuovi spazi di libertà e di diritti.

Certo oggi il mondo è tutto diverso e quei sogni si sono (in parte) rididmensionati. Resto comunque convinto che ‘la bellezza’ in tutte le sue forme forse non cambierà il mondo ma può contribuire a renderlo almeno in parte migliore.

Insomma, detto molto banalmente, un ragazzo che cresce ascoltando Mozart (ma anche leggendo Saramago o avendo davanti agli occhi i capolavori dell’arte) sarà un cittadino ed un essere umano migliore di chi non potrà godere di queste ‘bellezze’.

Il problema però è che nel mondo globalizzato, del lavoro precario, delle migrazioni, la fruizione della bellezza resta purtroppo un privilegio appannaggio ancora di pochi.

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Giulia Scialò

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