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Leoncavallo, Pirandello e Tabucchi: il confine tra finzione e realtà

Qual è il confine tra finzione e realtà? Cosa ci permette di determinare dove termini la realtà e dove cominci il sogno? La rappresentazione della realtà è possibile o solo illusoria e utopistica? 

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La letteratura, così come il teatro e l’opera, affrontano tali tematiche: il tema della dicotomia tra finzione e realtà diventa centrale e molto discusso a partire dall’Ottocento, quando comincia a farsi sentire il sentimento di inadeguatezza nei confronti del mondo circostante, di percezione di un ignoto irraggiungibile e sfuggente.

Il verismo nel teatro, e in particolar modo nell’opera musicale, non può coincidere perfettamente con ciò che intendiamo per verismo in letteratura. Con verismo in musica si intende infatti la tendenza di un’artista ad accostarsi e ad avvicinarsi al vero mediante lo stile e le convenzioni compositive. In compositori come Leoncavallo o Mascagni, definiti veristi, la rappresentazione del vero è sempre relativa e questo nodo viene sintetizzato in modo ottimale dal celebre musicologo Carl Dahlhaus:

“Che la forzatura della rappresentazione degli affetti sia un connotato della «descrizione musicale della realtà» – che insomma verismo e melodramma convergano, invece di contraddirsi a vicenda –, appare plausibile solo se si accetta il preconcetto che la «vera realtà» vada ricercata proprio là dove noi – il pubblico operistico – non siamo: nella sfera del selvaggio e dell’elementare. Lo studioso afferma che, se «lo storico delle idee vorrà prendere alla lettera la nomenclatura storico-stilistica – invece di utilizzarla come etichetta di per sé insignificante –, si giunge ben presto alla conclusione che nel teatro d’opera non è esistito un verismo degno di questo nome».”

Pagliacci e il metateatro

Ciò appare evidente nel più celebre capolavoro di Leoncavallo: l’opera in due atti Pagliacci. Questo capolavoro infatti, seppur narrando un fatto realmente accaduto e proponendosi dunque di dipingere la realtà, è puro metateatro nella sua struttura: si tratta di teatro nel teatro. Leoncavallo recupera la lezione di Shakespeare– basti pensare a Sogno di una notte di mezza estate o ad Amleto– in cui ci sono straordinari episodi di teatro nel teatro che diventano essenziali allo svolgimento della trama. 

Da qui la riflessione su come il teatro non possa mai essere davvero considerato verista, poiché la dicotomia tra realtà e finzione è imprescindibile e ineludibile. La riflessione sulla struttura di Pagliacci si apre necessariamente nel momento in cui il cantante, che scostando il sipario si mostra sotto i riflettori, pronuncia la frase “L’autore ha cercato di pingervi uno squarcio di vita”.  Sin dal prologo dunque, queste parole vogliono esprimere il concetto di un’opera volta a descrivere la realtà e a diventare un vero e proprio manifesto dell’opera verista. Al contempo però sorge una spontanea riflessione sulla questione ermeneutica e interpretativa: se infatti la “pittura del vero” viene dichiarata apertamente nell’antefatto, è proprio tale rivendicazione a far dubitare di una possibile autenticità del vero nell’opera in musica. 

Pagliacci- la struttura

La struttura diegetica dell’opera prevede piani narrativi sovrapposti strutturando l’azione su ben tre livelli:

Livello A: il sipario si scosta, il cantante è un uomo vero e chiude il Prologo imponendo l’azione in nome dell’autore: «Andiam, incominciate!»; il metateatro inizia dunque già con l’alzata del sipario;

Livello B: comincia l’opera lirica Pagliacci;

Livelli B + A: l’intermezzo orchestrale riprende il programma del Prologo, e ribadisce l’invito a considerare gli attori come uomini in carne ed ossa;

Livello C: viene rappresentata una commedia (ma nella forma musicale di una Suite: 1. Tempo di minuetto, 2. Serenata, 3. Tempo di Gavotta);

Livelli C + B: l’azione dell’opera riflette quella della commedia e vi s’intreccia fino a coincidere;

Livello B: l’attore-cantante commette il doppio omicidio, restando nella realtà presunta del palcoscenico;

Livello A: cala il sipario, l’assassino, le vittime e gli altri interpreti escono a ringraziare

(fonte: Pagliacci: la realtà allo specchio- Michele Girardi)

Il prologo determina infatti da subito una rottura dell’illusione teatrale, perciò quando si dà finalmente l’ordine di iniziare con la recita, ci si ritrova consapevolmente nella dimensione del dramma recitato. La consapevolezza del fatto che si sta assistendo ad un’opera e quindi ad una rappresentazione contrasta inevitabilmente con la dichiarazione iniziale di “pittura del vero” così che ci sia un evidente contrasto tra finzione e realtà. Ci troviamo in pieno metateatro

Il limite invalicabile tra realtà e finzione

Cosa è più reale? L’annunciazione del vero iniziale o la mimesi di una autentica vicenda? Il pagliaccio che appare a sipario chiuso enunciando le intenzioni dell’autore determina un’anticipata rottura dell’illusione teatrale: quando il Prologo-Tonio dà l’ordine di iniziare ci troviamo già consapevolmente in un dramma recitato, e dunque in metateatro. Nonostante la ricerca d’illusione, si è dunque di fronte alla dimostrazione pratica dell’impossibilità di oltrepassare il limite tra realtà e finzione. E difatti la realtà interviene, come sempre, solo quando si abbassa il sipario.

La frase finale “la commedia è finita” rende autentico il prologo e di conseguenza la struttura di “teatro nel teatro”, permettendo così di legittimare il discorso nel prologo nel quale si rivendica il diritto degli artisti di essere considerati “uomini di carne e d’ossa”.

Il merito precipuo di Leoncavallo è senza dubbio quello di aver messo a punto un impianto diegetico perfettamente funzionante, creando una commistione di straordinario impatto tra recita e realtà della vita. Divenne così popolare che si propose come modello per altre esperienze successive di teatro nel teatro, come ad esempio alcuni capolavori di Pirandello.

Pirandello: il dualismo tra forma e vita e il teatro come insegnamento

La poetica di Pirandello affronta il tema del contrasto tra forme e vita. Centrale è nei Sei personaggi in cerca di autore, in cui il contrasto tra i personaggi così come sono stati pensati dallo scrittore e come vengono invece interpretati dagli attori è il fulcro del dramma. E’ un’opera coerente con la concezione del mondo e dell’arte che Pirandello giunge a sviluppare e delineare nel corso dei suoi studi. 

A differenza degli uomini veri, i personaggi sono necessariamente cristallizzati dalla mente e dalla fantasia dell’autore. Non possono dunque accettare un’interpretazione da parte di terzi che li deformi. Finiscono così per interpretare loro stessi la loro parte, arrivando persino ad accettare poi di compiere i gesti tragici che lo scrittore aveva immaginato. 

Il teatro nel teatro di Pirandello abbatte la quarta parete coinvolgendo gli spettatori. E allo stesso modo lo fece precedentemente Leoncavallo con la realizzazione del capolavoro quantomai moderno e di immensa ispirazione per i posteri di cui abbiamo brevemente parlato: i Pagliacci. Esattamente come avviene nell’opera lirica, infatti, i sei personaggi vengono trasferiti dal piano della fantasia al piano della realtà, introducendo così un dualismo che conturba l’andamento della commedia e che pone il pubblico in un atteggiamento di riflessione critica. Il teatro ha invero per Pirandello una valenza didattica: apre gli occhi e mette gli uomini di fronte alla vita vera, distogliendolo dalle convenzioni menzognere. 

In entrambe le opere il teatro diventa un simbolo. Simbolo dei conflitti della vita e della condizione umana. La costante contraddizione, il contrasto perenne tra maschera e volto che non può prescindere e non può esentare nessun essere inserito in un costrutto sociale. 

Leoncavallo e Tabucchi: la pluralità dell’anima

Leoncavallo ha messo in musica la sua estetica e l’ha inserita di fatto come prologo a Pagliacci. Tonio confida al pubblico il “proposito del poeta“: presentare veri uomini con veri sentimenti nell’ambito della “commedia dell’arte”. Con ciò la bellissima melodia del prologo rivela che dietro le maschere del clown si nasconde lo stesso Leoncavallo.

Leoncavallo ci trasmette in questo modo un altro messaggio fondamentale: scrivere e comporre è mostrare al mondo la pluralità dei propri io. Mostrarsi come pluralità, come unione e coincidenza di personaggio e autore, vuol dire saper accettare di non essere soltanto una parte di noi stessi, di non avere solo un lato e una sfaccettatura: la realtà è ben più complessa e credere di essere uno soltanto è pura illusione. 

Tutto ciò è espresso magnificamente dal celebre scrittore Antonio TabucchiScrivere e vivere è una questione di confederazione delle anime. E’ questa la teoria che esprime Tabucchi nel bellissimo romanzo Sostiene Pereira. “Credere di essere uno che fa parte di sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un’illusione”. 

La compresenza di più anime dentro di noi rappresenta quindi un’unità tra chi scrive e chi vive, poichè chi scrive decide conseguentemente di accettare tale disgregazione. Scrivere è ribellarsi di essere un io soltanto: mostrare più di un’anima al mondo; mostrarsi come confederazione di anime.

Sostiene Pereira che scrivere non sia altro che sentirsi liberi. Un piccolo grande gesto di libertà che permise a Tabucchi di non essere mai uno soltanto. “Io e te siamo un bel trio” amava dire il geniale scrittore. Proprio per sottolineare come autore e personaggio coesistono nella stessa persona pur essendo differenti. E non importa quale sia più “vero” dei due. Poiché in realtà la verità è solo una finzione. E l’opera, il teatro, la letteratura possono farcelo comprendere.

I Consigli di lettura di Dissonanze Letterarie

Giulia Scialò

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